Come orme sulla sabbia

Monica si diresse verso la porta tenendo lo sguardo basso.

-Spero di non aver dimenticato nulla- disse. Si fermò alcuni istanti in cui i nostri sguardi si incrociarono, si rimpiansero; aprì la porta e se ne andò per sempre. Poi il silenzio come unico testimone di un fallimento già scritto, di una fine annunciata.

Cercai inutilmente di dare un senso a ciò che stavo vivendo. Ripensai ai primi anni di vita insieme, quelli fatti di incertezze economiche, di progetti e sogni ancora intatti, alle nostre serate ai Navigli, con una Milano affascinante e trasudante storia ad ogni passo, ad ogni vicolo avvinghiato al successivo, pensai a noi complici ed amanti come non lo saremmo più stati. I miei sogni mi portarono lontano, diventai uno scrittore affermato, guadagnai parecchi soldi, ottenni fama e tutto ciò che avevo sempre desiderato, ma persi me stesso e persi la mia donna per sempre.

– Non ti riconosco più Alberto.- ripeteva Monica negli ormai quotidiani scontri fra noi- Torni tardi la sera, ubriaco e annoiato, non mi degni di uno sguardo, non scrivi più, ma che ti sta succedendo?-

– Lasciami in pace Monica, se non ti sta bene, vattene pure la porta è aperta!-

Poi un giorno, Monica se ne andò davvero, lasciandomi solo con la pochezza del mio vivere, lontano da me stesso e da quei momenti in cui sporcavo quel foglio bianco con una passione che non mi dava tregua. Quando queste luci si spensero, quando le nostre orme vicine sparirono inghiottite delle onde di un inquieto mare, ripresi contatto col mondo e con me stesso. Mi scoprii uno scrittore finito. Per parecchio tempo, non riuscii più a scrivere una sola riga, a provare un’emozione, ad amare. Poi un giorno, successe qualcosa che scosse le fondamenta della mia anima. Ricordo che ero sveglio da poco, reduce dall’ennesima notte brava. Seduto sul divano con una birra in mano, leggevo amaramente l’ultimo mio lavoro, dove erano evidenti il fallimento ed il declino di uno scrittore finito. Il suono del campanello mi fece sobbalzare. Un brivido mi percorse la schiena ed il cuore mi precipitò nello stomaco, quando lessi il mittente della raccomandata che il postino lasciò fra le mie mani. Il presente si dissolse in un istante, assorbito da un passato che tornò improvvisamente nei miei occhi. Ero solo un ragazzino quando zio Mario, fratello di mio padre, sparì improvvisamente, lasciando come segno indelebile del suo passaggio nella mia vita, quell’abbraccio intenso che solo lui sapeva essere l’ultimo.

-Vacci piano con quel pennello, Alberto.- Ripeteva nei frequenti pomeriggi che trascorrevamo insieme. Appoggiava appena la sua mano sopra la mia che smetteva di tremare e si lasciava guidare. L’odore del toscano che teneva stretto in un angolo della bocca, talvolta spento, le giacche sdrucite, lo rendevano unico, come unico può essere solo un artista. Mi guardava sorridendo ed io lo incalzavo:

-Quando diventerò bravo come te zio?-

-Non sono poi così bravo, che ti credi? Sapessi quanti ce ne sono di più bravi!- Poi, quasi imbarazzato dal mio complimento, mi accarezzava, dando consapevolezza alle mie capacità. Fu proprio lui a spingermi verso la scrittura, lui che mi fece capire la vera essenza del creare un’opera d’arte.

Poi il vuoto, ed i tanti perché. Mio padre Alfredo, freddo e distaccato come sempre in silenzio davanti alle mie domande e mia madre Sofia che tentava di riempire gli spazi vuoti con sorrisi amari, con abbracci in cui c’era tutta la tensione di chi ha un segreto che non può svelare.

Ricordo che spesso lo osservavo, ne imitavo le movenze, ne assorbivo le passioni, certo che non mi avrebbe mai tradito.

Scrissi parecchio in quegli anni, prima perché mi faceva sentire meglio, perché Mario mi mancava, inghiottito nel buio della notte di quell’ultimo abbraccio, poi scrissi per sfogare una rabbia verso mio padre che cresceva di giorno in giorno superando il limite di adolescente incompreso e sfociando in rotture e vuoti incolmabili fra noi, per diversità oggettiva, per innata distanza fra due anime ribelli quali eravamo. Pochi anni dopo i miei genitori morirono, lasciandomi solo con tante paure ed altrettante domande. Diventando uomo portai con me quel bisogno di scrivere che mi aiutò in quei difficili anni, ma che si asciugò poi, una volta raggiunto il successo, abbandonandomi

esausto alla deriva di me stesso. Improvvisamente quella lettera proveniente da Parigi, scardinò il mio presente, lasciandomi incredulo davanti a quelle poche righe inviate da Mario tramite il suo legale.

Ciao Alberto, quando leggerai queste parole, io sarò già morto. Ti lascio l’indirizzo e le chiavi della mia casa a Parigi dove, se vorrai, potrai trovare tutte le risposte alle tue domande. Non ti ho mai dimenticato.”

Mario

Lo odiavo per quello che aveva fatto. Ammetto che per un istante pensai di buttare lui ed il mio passato nel cestino per non pensarci più, ma qualcosa fermò la mia mano, il mio cuore.

Partii la sera stessa per Parigi, dove l’autunno con i suoi colori ed i suoi profumi, era già arrivato.

Mi lasciai trasportare da ciò che vidi e mi sentii improvvisamente sollevato dai miei pensieri, dalle mie angosce.

Sembrava che questo passeggiare mi stesse arricchendo di emozioni. Immaginai la città di notte, con le luci ed i contorni non definiti in un contesto romantico e unico al mondo; immaginai sotto un acquazzone estivo, queste stesse vie riempirsi di pozzanghere di colori e luci riflesse, con i lampioni accesi ed i ciottolati irregolari un po’ sconnessi delle strette vie laterali a riempirsi di rigagnoli d’acqua per poi morire in un ennesimo viale, in un ennesimo quadro ricco di colori e fascino. Poco distante dalla suggestiva ed imponente Notre Dame, adagiata sulle sponde della Senna il cui scorrere lento accarezzava i miei passi, restai seduto su una panchina, a girarmi le chiavi di Mario fra le dita, domandandomi cosa ci potesse essere dietro quella porta. Quando finalmente trovai il coraggio, mi incamminai verso il mio passato. Il piccolo appartamento non era che una soffitta che faceva anche da laboratorio per Mario che amava dipingere. L’odore della trielina e dei solventi mi graffiò la gola. Le luci di quei pomeriggi trascorsi con Mario davanti alla tela, gli abbracci, le risa, i miei disegni scarabocchiati nel goffo tentativo di imitarlo, si riaccesero prendendosi gioco dei tanti anni passati. La casa di Mario, piccola e modesta, mi parlò subito di lui, di ciò che era e di ciò che amava. I cavalletti, le tele ed i pennelli sparsi ovunque, in una gradevole confusione, davano l’impressione che Mario fosse ancora lì, che da un momento all’altro sarebbe entrato con i lineamenti del viso intaccati dal tempo, ma ancora assolutamente riconoscibili. Socchiusi le pesanti persiane e lasciai entrare un po’ di luce che lentamente tolse dalla penombra il resto della casa. In mezzo a tutto quel caos artistico, alla polvere ed ai suoi lavori finiti o appena abbozzati, le cose di tutti i giorni. La piccola cucina, spartana ma gradevole ed in un locale attiguo il suo letto, un armadio e poco altro, ma ciò che più attirò la mia attenzione, fu una fotografia appesa ad una parete in una cornice malridotta.

Ricordavo perfettamente l’istante in cui Mario la scattò. Il mio sguardo appariva sereno, mentre mia madre bella e profondamente infelice, sembrava nascondere dietro l’azzurro intenso dei suoi occhi una pesante malinconia. Guardandomi intorno, non vidi altre fotografie, altri ricordi del passato e questo mi fece pensare che quella appesa fosse la preferita di Mario. Questa cosa mi colpì e mi commosse, facendomi sentire dopo tanti anni ancora profondamente legato a lui. Trascorsi il resto del pomeriggio rovistando fra le sue scartoffie, alla ricerca di un indizio, di un nome o un indirizzo che mi avesse potuto portare al ritrovamento di quella tessera di un mosaico che per diversi anni provai inutilmente a ricomporre. Fu tutto inutile: nulla al di là di quella fotografia, sembrava portare al giorno in cui Mario sparì. Le settimane che seguirono, non fecero che confermare le mie impressioni. Non lasciai nulla al caso, incontrai chi l’aveva frequentato, ma a detta di tutti Mario era molto schivo, non amava parlare di sé. A Parigi era apprezzato come artista ed utilizzava l’arte per comunicare le sue emozioni. Mi lasciai contaminare dalla passione che si respirava nella sua casa, cercai di vedere oltre quelle immagini dipinte sulle sue tele e guardai anche in fondo a me stesso, riportando a galla malesseri e inquietudini che mi avevano allontanato da ciò che ero. Questo viaggio a Parigi, mi aiutò a vedermi da fuori, a fare un’analisi della mia vita, a toccare con mano la mia pochezza, a capire i miei sbagli. Era tempo che non scrivevo più per passione, per necessità, per dar sfogo alla mia anima, era tempo che scrivevo solo per nutrire il mio ego con quella fama che tanto avevo cercato, ma che ora mi stava distruggendo. Pensai a Monica, al suo amore perso in mezzo a questo disordine. Parigi riuscì in qualche modo ad ispirarmi. L’aria di questo luogo trasudante arte e colore, mi aprì finalmente gli occhi. Ero pronto a ripartire da queste poche certezze, ma per farlo avevo bisogno di ritrovare anche quell’ultimo tassello del mio passato, indispensabile per pensare finalmente al futuro. Mai come in quei giorni sentii la necessità di capire, di dare una collocazione a quell’uomo, a quella figura forte e presente nel mio passato. Mario l’aveva scritto: avrei dovuto cercarlo fra le sue cose per capire e così avevo fatto senza successo.

Poi un giorno mi fermai, interruppi le ricerche perché capii che era giunto il momento di tornare a casa, capii che non avrei mai potuto trovare nulla, che forse era giusto così, ma mi sbagliavo.

Quel pomeriggio, mentre preparavo la valigia, il mio sguardo si soffermò di nuovo su quella cornice malridotta, su quell’attimo immortalato per sempre un pomeriggio di tanti anni fa. Delicatamente la staccai dalla parete, ma si divise in due lasciando cadere la fotografia ed il vetro che andò in frantumi. La raccolsi scoprendo che sul retro, mia madre aveva scritto qualcosa che lessi e che cambiò per sempre la mia vita:

 

Mio amatissimo Mario,

ti mando questa fotografia perché tu ti senta meno solo senza noi. La lontananza obbligata che stiamo vivendo verrà un giorno ricompensata, te lo prometto. Ti chiedo di avere ancora un po’ di pazienza, non voglio che Alberto soffra per causa nostra.

Sapevamo che la nostra era una storia impossibile, ma l’amore non si ferma davanti a nulla.

Grazie anche per esserti fatto da parte per il bene di  tuo figlio.

 

Tua per sempre

 

Sofia

 

 

…. Mario era mio padre.

 

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